Richiesta di consegna di documenti per diversi grandi brand tra cui Brunello Cucinelli, Etro, Chanel e Moncler
Il caporalato non è più soltanto un fenomeno associato alle campagne, alla raccolta agricola o ai cantieri. Le più recenti indagini della Procura di Milano mostrano come lo sfruttamento della manodopera possa annidarsi anche nelle filiere del lusso, dietro prodotti e accessori commercializzati da alcuni dei marchi più prestigiosi del Made in Italy e della moda internazionale.
Il nuovo capitolo dell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari coinvolge nove case di moda: Brunello Cucinelli, Moncler, Chanel, Bulgari, Etro, Jacob Cohen Company, Stefano Ricci, Goyard Italie e Owenscorp Italia, società che produce il marchio Rick Owens. I Carabinieri del Nucleo tutela del lavoro hanno eseguito ordini di esibizione della documentazione anche nei confronti di due fornitori, Brandart e F.VL. Le società destinatarie delle richieste non risultano attualmente indagate e nei loro confronti non è stata chiesta l’amministrazione giudiziaria.
Gli inquirenti intendono ricostruire il funzionamento della catena degli appalti e dei subappalti, verificando gli audit effettuati negli ultimi due anni sui fornitori, i sistemi interni di controllo e i modelli organizzativi adottati ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001. L’obiettivo è accertare se gli strumenti predisposti dalle aziende fossero realmente adeguati a prevenire lo sfruttamento del lavoro, anche nei livelli più lontani e meno visibili della produzione.
L’inchiesta è nata dalle ispezioni condotte nei mesi scorsi in due opifici situati a Pero, nell’area metropolitana di Milano, e a Marnate, in provincia di Varese. Nel primo laboratorio, riconducibile alla società Moda Fashion Style, i Carabinieri avrebbero trovato lavoratori in nero, alcuni privi di permesso di soggiorno, macchinari senza adeguate protezioni e condizioni abitative degradanti. In un secondo stabilimento, gestito dalla società Isacco, sarebbero emerse irregolarità contrattuali, carenze nella sicurezza e pagamenti a cottimo non conformi alla contrattazione collettiva.
Le analisi dei consumi elettrici avrebbero inoltre evidenziato lavorazioni protratte durante l’intero arco della giornata, nei fine settimana e nei giorni festivi. In uno dei laboratori era stato allestito anche un dormitorio, elemento ricorrente nelle precedenti indagini sulle fabbriche irregolari dove gli operai vivevano e lavoravano negli stessi ambienti.
Risalendo la catena delle commesse, gli investigatori hanno trovato accessori, documenti e materiali riconducibili a Brandart e F.VL., fornitori diretti delle case di moda. Gli opifici avrebbero prodotto sacchetti, shopper, copriabiti, custodie e pochette destinati a essere commercializzati con i marchi delle griffe. È questo passaggio a collegare i laboratori irregolari ai nove brand ai quali la Procura ha chiesto documentazione.
La vicenda conferma una caratteristica centrale del sistema produttivo della moda: la distanza tra il marchio che vende il prodotto e il lavoratore che materialmente lo realizza. Tra i due possono inserirsi fornitori, intermediari e subfornitori, con una progressiva frammentazione delle responsabilità. Più la catena si allunga, più diventa difficile controllare condizioni contrattuali, orari, sicurezza e regolarità della manodopera.
Il nodo della responsabilità dei marchi
Negli ultimi anni provvedimenti di questo tipo hanno interessato, tra gli altri, Alviero Martini, Giorgio Armani Operations, Manufactures Dior, Valentino Bags e Loro Piana. In diversi casi le misure sono state successivamente revocate, dopo che le imprese avevano rafforzato procedure, audit e sistemi di verifica della filiera. Complessivamente, secondo Reuters, sette gruppi della moda sono stati sottoposti ad amministrazione giudiziaria nell’ambito delle indagini milanesi.
Nel dicembre 2025 la Procura aveva già acquisito documenti presso altri tredici marchi, tra cui Gucci, Prada, Versace, Dolce & Gabbana, Missoni, Ferragamo, Saint Laurent e Givenchy. L’operazione aveva riguardato governance, controlli interni, contratti e attività di audit, inserendosi nello stesso filone investigativo. La nuova operazione, quindi, non costituisce un episodio isolato, ma la prosecuzione di un’indagine che punta a definire fino a che punto un committente debba conoscere e sorvegliare non solo il proprio fornitore diretto, ma anche i livelli successivi della produzione.
La Brunello Cucinelli S.p.A, l’unica ad aver commentato pubblicamente l’operazione nelle prime fasi dell’indagine, si è detta sorpresa e profondamente rattristata per il ritrovamento di materiali destinati al proprio packaging in un luogo di lavoro ritenuto non idoneo. La società ha sottolineato di aver effettuato controlli sui fornitori, di applicare prezzi ritenuti equi e di essere pienamente disponibile a collaborare con le autorità.
Il prezzo troppo basso nella filiera
Dietro le indagini emerge una contraddizione economica. I beni di lusso vengono venduti a prezzi molto elevati, ma alcune lavorazioni sono affidate lungo la filiera a prezzi talmente bassi da rendere difficile il rispetto dei contratti collettivi, degli orari e delle norme di sicurezza. Il problema non è soltanto individuare il laboratorio irregolare. Occorre verificare se il prezzo pagato per una commessa sia compatibile con il costo legale del lavoro, se il fornitore disponga realmente di personale e capacità produttiva sufficienti e se il ricorso al subappalto sia stato autorizzato e controllato.
Nel maggio 2025 istituzioni, associazioni della moda e organizzazioni sindacali hanno firmato a Milano un protocollo per aumentare la trasparenza nella filiera dell’abbigliamento e degli accessori. L’accordo prevede una piattaforma nella quale i fornitori possono inserire informazioni sulla manodopera, sui contributi previdenziali, sulla situazione fiscale e sul rispetto delle norme lavoristiche, aggiornandole periodicamente. Regione Lombardia può rilasciare alle imprese aderenti un certificato di trasparenza valido sei mesi e rinnovabile.
Il protocollo, tuttavia, non è giuridicamente vincolante e consente ai marchi di continuare a utilizzare anche fornitori che non partecipano alla piattaforma. Proprio questo limite mostra come gli strumenti volontari, da soli, possano non essere sufficienti a garantire la completa tracciabilità della produzione.
Le nuove ispezioni dimostrano inoltre che la questione non riguarda soltanto borse, scarpe o capi destinati direttamente alla vendita. Anche elementi apparentemente secondari, come il packaging, le custodie e i copriabiti, possono essere realizzati attraverso catene di subfornitura opache. Dal punto di vista sociale e reputazionale, però, non esistono componenti marginali: ogni elemento che porta il nome di un marchio contribuisce alla sua responsabilità complessiva.
La sostenibilità passa anche dal lavoro
Per anni il dibattito sulla sostenibilità nella moda si è concentrato soprattutto sulle emissioni, sui materiali riciclati, sulla riduzione dell’acqua e sulla circolarità. Le inchieste sul caporalato riportano al centro la componente sociale dei criteri ESG: salari, sicurezza, dignità del lavoro, diritti delle persone e controllo della catena di fornitura.
Un prodotto non può essere considerato sostenibile soltanto perché utilizza un materiale a minore impatto ambientale. Deve essere possibile dimostrare anche chi lo ha realizzato, in quali condizioni, con quale contratto e attraverso quali passaggi produttivi.
Per le imprese del lusso la posta in gioco è particolarmente alta. Il valore economico di una griffe dipende dalla reputazione, dalla qualità e dalla promessa di eccellenza associata al marchio. La presenza di lavoro irregolare nei subappalti rischia quindi di colpire non soltanto i singoli operatori, ma l’intero racconto del Made in Italy. L’inchiesta di Milano non ha ancora stabilito responsabilità a carico dei nove marchi coinvolti nella richiesta di documenti. Ha però già formulato una domanda alla quale il settore non potrà sottrarsi: quanto può dirsi realmente controllata una filiera quando il committente conosce il proprio fornitore, ma non sa chi, alla fine della catena, cuce, confeziona o prepara il prodotto?
La risposta non potrà limitarsi a codici etici e dichiarazioni d’intenti. Serviranno tracciabilità, prezzi coerenti con il costo del lavoro legale, controlli indipendenti e responsabilità manageriali precise. Perché dietro ogni etichetta del lusso non dovrebbe esserci soltanto un’origine geografica certificata, ma anche una condizione di lavoro dignitosa.
















