Il governo britannico ha annunciato l’intenzione di chiudere l’era dell'”outsourcing by default”, il modello che per decenni ha spinto la pubblica amministrazione a esternalizzare di default servizi come pulizie, sicurezza e facility management. L’annuncio, pubblicato il 18 giugno 2026 dal Cabinet Office insieme al Tesoro, segna una delle revisioni di policy più rilevanti degli ultimi anni per il settore dei servizi pubblici in Europa, perché rimette in discussione un paradigma consolidato fin dai tempi di Margaret Thatcher.
Cosa prevede l’annuncio
Il provvedimento introduce un “Public Interest Test“: prima di rinnovare un contratto pubblico in scadenza, i dipartimenti dovranno valutare se il servizio possa essere erogato in modo più efficace internamente, invece di affidarlo automaticamente a un fornitore privato. Il test si applicherà ai contratti di servizio superiori a 1 milione di sterline, una soglia che secondo il governo coprirà oltre il 95% della spesa pubblica centrale per servizi.
Ai dipartimenti governativi con una spesa contrattuale superiore a 100 milioni di sterline annue verrà inoltre richiesto di elaborare “roadmap” quinquennali per ricostruire le proprie capacità interne di erogazione dei servizi, invertendo anni di esternalizzazioni che — secondo l’esecutivo — hanno eroso la capacità organizzativa dello Stato.
Il primo banco di prova riguarderà il Cabinet Office stesso: pulizie e sicurezza degli edifici governativi, oggi gestiti tramite la Government Property Agency, dovrebbero tornare in gestione diretta non appena i contratti attuali scadranno, a partire dal 2028. La misura riguarderebbe complessivamente 83 edifici governativi.
Secondo la sigla sindacale PCS (Public and Commercial Services Union), la reinternalizzazione dei contratti di facility management gestiti dalla Government Property Agency potrebbe riguardare circa 2.000 lavoratori, impiegati in ruoli che vanno dalla ristorazione alla sicurezza, dalle pulizie alla manutenzione tecnica.
Le voci del governo
Il Chief Secretary to the Treasury Darren Jones ha definito la misura un passo per “ricostruire la capacità nazionale di erogare servizi di alta qualità“, chiarendo che l’obiettivo non è il prezzo più basso nel breve periodo, ma il valore nel lungo termine. Sulla stessa linea la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, che ha parlato della volontà di “cambiare il modello economico del Regno Unito” affinché i servizi pubblici siano gestiti nell’interesse pubblico, con più lavoratori riportati sotto la gestione diretta dello Stato. Il provvedimento si inserisce in un percorso già avviato: Darren Jones aveva istituito in precedenza la National School of Government and Public Services per ridurre la dipendenza da contratti di formazione esternalizzati, rinunciando alla procedura di gara “Learning Framework 2.0”.
La reazione sindacale
Le organizzazioni sindacali hanno accolto la decisione come una vittoria di anni di mobilitazione. La segretaria generale del PCS, Fran Heathcote, ha sottolineato che i lavoratori esternalizzati hanno per troppo tempo subito salari più bassi e condizioni peggiori rispetto ai dipendenti pubblici diretti, e ha chiesto al governo di estendere lo stesso approccio ad altri servizi attualmente in outsourcing, citando in particolare l’amministrazione delle pensioni. Sulla stessa linea il segretario generale del TUC (Trades Union Congress), Paul Nowak, che ha definito la misura “un passo importante” verso quella che il governo stesso ha annunciato come “la più grande ondata di insourcing di una generazione”.
Il tema delle disparità contrattuali tra personale diretto e personale esternalizzato è peraltro già oggetto di un intervento normativo parallelo: dall’ottobre 2026 entreranno in vigore nuove regole che introducono l‘obbligo di “trattamento non meno favorevole” per i lavoratori impiegati tramite outsourcing nel settore pubblico, un cambiamento che le imprese che partecipano a gare pubbliche dovranno considerare già in fase di definizione dell’offerta economica.
Un cambio di paradigma, non (ancora) una rivoluzione
È importante leggere l’annuncio nella sua reale portata. Il governo ha parlato di “ambizione” e di superamento dell’outsourcing “by default”, non di un divieto generalizzato di esternalizzazione: il testo ufficiale chiarisce che l’esecutivo “continuerà a lavorare in collaborazione con un’ampia gamma di fornitori del settore pubblico“. Il Public Interest Test introduce un passaggio di valutazione obbligatorio, non un automatismo di reinternalizzazione: ogni decisione dovrà comunque essere giustificata caso per caso.
Resta inoltre da capire quale sarà l’impatto reale sul mercato del facility management britannico, uno dei più grandi d’Europa: secondo le stime di settore, il valore del mercato FM esternalizzato nel Regno Unito si attesta oggi attorno ai 49 miliardi di sterline, con una previsione di crescita moderata fino al 2030 — un dato che gli stessi analisti del settore segnalano come sotto pressione proprio a causa della spinta all’insourcing nei segmenti del “soft FM” (pulizie, ristorazione, reception), mentre il segmento “hard FM” legato alla manutenzione tecnica e alla compliance continuerebbe a crescere.
Perché la notizia interessa anche fuori dal Regno Unito
Il modello dell’outsourcing pubblico, nato con i governi Thatcher degli anni Ottanta, è stato per decenni un riferimento per le riforme della pubblica amministrazione in tutta Europa, Italia compresa, specie nei settori della pulizia, della ristorazione collettiva, della sicurezza e della manutenzione degli immobili pubblici. Una revisione di questa portata nel Paese che più di ogni altro ha esportato il paradigma dell’esternalizzazione pubblica rappresenta quindi un segnale che difficilmente resterà confinato al solo dibattito britannico, soprattutto in un momento in cui anche altri governi europei discutono il rapporto tra spesa pubblica, qualità dei servizi e condizioni di lavoro nel settore degli appalti.









