Il rischio di dumping contrattuale e di concorrenza sleale negli affidamenti pubblici spinge le parti sociali a chiedere maggiore attenzione nella predisposizione dei bandi di gara. Al centro della questione, la corretta applicazione del CCNL di settore, a tutela dei lavoratori e delle imprese che rispettano le regole.

La corretta applicazione dei contratti collettivi nazionali negli appalti pubblici torna al centro del confronto tra imprese, sindacati e istituzioni. Nel settore della ristorazione collettiva, dove una parte significativa delle attività viene svolta attraverso gare per la gestione di mense scolastiche, ospedaliere, aziendali e di altre strutture pubbliche, la scelta del contratto di lavoro applicabile può incidere direttamente sulle condizioni dei lavoratori e sulla competitività delle imprese.

È in questo contesto che si inserisce la dichiarazione congiunta diffusa il 30 ottobre da Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e dalle associazioni datoriali Fipe Confcommercio, Angem, Legacoop Produzione e Servizi, Confcooperative Lavoro e Servizi e Agci Servizi, firmatarie del Contratto collettivo nazionale Pubblici Esercizi, Ristorazione Collettiva, Commerciale e Turismo, rinnovato nel 2024.

L’obiettivo è sollecitare le istituzioni e le stazioni appaltanti a garantire, negli affidamenti pubblici, il rispetto delle regole sulla corretta individuazione del contratto collettivo, contrastando il ricorso a condizioni contrattuali meno tutelanti come strumento per ridurre il costo del lavoro.

Perché nasce la richiesta delle parti sociali

A far scattare l’iniziativa è stata, in particolare, la presenza riscontrata dalle organizzazioni firmatarie in alcuni bandi di gara e provvedimenti di enti pubblici di riferimenti a contratti collettivi diversi da quello sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative della ristorazione collettiva.

Non si tratta quindi soltanto di un richiamo generale al rispetto delle norme, ma della risposta a una criticità concreta emersa nelle procedure di affidamento, che secondo le parti sociali rischia di compromettere le condizioni di concorrenza tra gli operatori del settore.

La questione si inserisce in un quadro normativo che, con il nuovo Codice dei contratti pubblici, ha rafforzato l’attenzione verso i contratti collettivi applicati negli appalti.

L’articolo 11 del decreto legislativo 36/2023 stabilisce che al personale impiegato nell’esecuzione di lavori, servizi e forniture pubbliche debba essere applicato il contratto collettivo nazionale e territoriale pertinente alle attività oggetto dell’appalto, stipulato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative.

La normativa prevede inoltre che le stazioni appaltanti indichino nei documenti di gara il contratto collettivo applicabile. Resta possibile per gli operatori economici indicare un contratto differente, purché siano garantite ai dipendenti tutele equivalenti, secondo le verifiche previste dalla disciplina.

Proprio questo passaggio rappresenta uno dei nodi più delicati per il settore. La ristorazione collettiva è un’attività ad alta intensità di lavoro, nella quale il personale costituisce una componente rilevante dei costi di gestione. L’applicazione di contratti diversi, con trattamenti economici e normativi non equivalenti, può determinare differenze significative nelle offerte presentate dalle imprese.

Il rischio denunciato dalle parti sociali è che la competizione negli appalti si sposti dalla qualità e dall’efficienza del servizio alla compressione dei costi del personale, penalizzando gli operatori che applicano il contratto collettivo rappresentativo del settore.

Il nodo della concorrenza e della qualità dei servizi

La dichiarazione congiunta richiama quindi una questione che va oltre il rapporto tra datore di lavoro e dipendente e investe direttamente il funzionamento del mercato degli appalti pubblici.

Le imprese della ristorazione collettiva operano infatti in un contesto caratterizzato da margini spesso contenuti, obblighi di continuità del servizio e requisiti stringenti in materia di sicurezza alimentare, organizzazione e qualità delle prestazioni.

In questo scenario, differenze nei costi del lavoro derivanti dall’applicazione di contratti non equivalenti possono alterare la concorrenza e creare uno squilibrio tra gli operatori economici.

La corretta individuazione del CCNL assume quindi anche un valore di garanzia per le amministrazioni pubbliche, chiamate a valutare offerte economicamente sostenibili e coerenti con gli standard richiesti nell’esecuzione dei servizi.

L’appello alle istituzioni

Nella dichiarazione, le organizzazioni sindacali e le associazioni imprenditoriali chiedono di contrastare «una concorrenza costruita sulla riduzione del costo del lavoro e sul dumping contrattuale», promuovendo l’applicazione del CCNL sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative del settore.

La tutela riguarda sia i lavoratori, esposti al rischio di condizioni economiche e normative peggiorative, sia le imprese che rispettano il contratto nazionale e possono subire la concorrenza di operatori che comprimono le tutele.

Per Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, la vigilanza sulla corretta individuazione del contratto collettivo nei bandi e nei documenti di gara rappresenta uno strumento fondamentale per contrastare il dumping contrattuale e la concorrenza sleale.

Il messaggio rivolto alle istituzioni è dunque quello di rendere effettive le disposizioni già previste dalla normativa, rafforzando l’attenzione nella predisposizione delle gare e nella verifica delle condizioni contrattuali applicate dagli operatori.

Per il mercato della ristorazione collettiva, la questione è destinata a rimanere centrale: garantire una competizione fondata sulla qualità dei servizi, sull’efficienza organizzativa e sul rispetto delle regole significa anche tutelare la sostenibilità economica degli appalti e la continuità delle prestazioni erogate ai cittadini.