La sfida di Daniele Barbone, AD di Acqua Novara VCO: “Al sistema idrico italiano servono 6 miliardi di investimenti l’anno”
Cambiamenti climatici, siccità, eventi meteorologici estremi e tutela della qualità dell’acqua sono le grandi sfide che stanno ridefinendo la gestione del servizio idrico. Oggi non basta più garantire la disponibilità della risorsa: è necessario renderla più resiliente, proteggerla dai nuovi contaminanti e investire in innovazione per anticipare i rischi futuri. In questo scenario si inserisce l’impegno di Acqua Novara VCO, protagonista di progetti che spaziano dalla pianificazione degli effetti del clima alla sperimentazione di tecnologie innovative per la rimozione dei PFAS dalle acque reflue. “Agire ora e agire tutti” è il motto che guida questa visione. Daniele Barbone, Amministratore Delegato di Acqua Novara VCO, ci racconta come il settore idrico stia affrontando queste sfide e quali siano le priorità per i prossimi anni.
La siccità non è più un’emergenza, ma una nuova condizione climatica. L’Italia continua però a gestirla con strumenti emergenziali. È arrivato il momento di ripensare completamente il modello di governo della risorsa idrica?
“Stiamo gestendo dei tempi che, rispetto a ciò a cui eravamo abituati, sono dei tempi completamente diversi. Il primo degli impatti, quando ci riferiamo al tema dei cambiamenti climatici e quello più immediatamente visibile in termini di effetti, è quello del mondo idrico, perché alterniamo periodi prolungati di siccità a eventi meteorologici concentrati in termini di piovosità che determinano effetti alluvionali significativi. Quindi questa è la nuova normalità, quella che io chiamo la nuova estate italiana nel caso dell’estate. Poi ha tutta una serie di riverberi nel restante periodo dell’anno, al quale non possiamo più far fronte in una logica esclusivamente emergenziale. Quello che sarebbe necessario è affrontare l’emergenza con una serie di azioni ma in una logica sistemica. Cosa fare per ridurre gli effetti e cosa facciamo a fronte di effetti che comunque si sono determinati.”
Ogni estate il dibattito si concentra sulla scarsità d’acqua, ma si parla molto meno di quanta ne perdiamo prima ancora di utilizzarla. La priorità oggi è trovare nuove risorse o imparare finalmente a non sprecare quelle che abbiamo?
“I dati ci dicono che in valori assoluti la quantità complessiva che viene dagli eventi meteorici resta sostanzialmente invariata. Quello che cambia è la dinamica che si determina di volta in volta. Abbiamo periodi prolungati di siccità, come nei mesi di maggio, giugno e luglio, in particolare nel nord Italia, con un calo delle piogge del 55-60% , e poi abbiamo eventi concentrati che determinano forti fenomeni. In particolare, abbiano assistito, più volte negli ultimi anni nei mesi di ottobre e novembre in diverse zone d’Italia e specie al nord, a eventi concentrati con record di pioggia sulle 6, sulle 12, sulle 24 ore. Quindi quella che è cambiata strutturalmente è la dinamica con la quale questi fenomeni si determinano. Occorre individuare soluzioni che consentano, da un lato, di ridurre l’impatto dei fenomeni meteorologici sul territorio, limitandone i danni, e, dall’altro, di fare in modo che questi eventi meteorologici contribuiscano a ripristinare le risorse idriche di cui abbiamo bisogno nel corso dell’anno. Si tratta di una sfida che richiede un approccio basato su una logica di investimenti strutturalmente diversa da quella che ha caratterizzato il passato.”
“Qual è il principale cambiamento infrastrutturale necessario per rispondere a questa nuova realtà climatica?”
“Il principale cambiamento è quello di vedere lavorare insieme le grandi infrastrutture idriche, parliamo di dighe e di invasi, i gestori del ciclo idrico, che sono gli operatori come noi di Acqua Novara VCO, che si occupano strutturalmente dell’erogazione e di tutti i servizi connessi all’idropotabile, e il mondo dell’agricoltura e il mondo dell’industria. Oggi una delle difficoltà che noi abbiamo è che ciascuno di questi settori si basa si regole e scelte autonome. Sebbene a livello nazionale sia stata prevista l’istituzione di una cabina di regia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, manca ancora un coordinamento realmente efficace tra tutti gli attori coinvolti. L’obiettivo deve essere quello di gestire la risorsa idrica in modo integrato, utilizzandola al meglio, riducendo gli sprechi, ricaricando le riserve dove necessario e restituendola al sistema secondo una logica di economia circolare. È questa la grande sfida che richiede programmazione, scelte politiche e investimenti.”

Dall’emergenza alla programmazione: come cambia la gestione dell’acqua
Uso di invasi e riutilizzo di acque depurate. È su questo che ci si deve concentrare?
“Sì, noi di Acqua Novara VCO operiamo in Piemonte, nel Nord Italia, e come dico spesso il nostro più grande invaso è la falda acquifera. Proprio per questo riteniamo che il nostro Paese sia ancora in ritardo sotto due profili normativi fondamentali. Il primo riguarda la reiniezione in falda, ovvero la possibilità di ripristinare la falda attraverso acque che vengono da fonti superficiali, da piogge e da altre risorse disponibili. Il secondo riguarda la riduzione dell’impermeabilizzazione dei suoli. Quando il terreno è impermeabilizzato l’acqua piovana e quella di ruscellamento non riescono a infiltrarsi efficacemente nel sottosuolo per alimentare le falde. Al contrario, aumentano le criticità anche sotto il profilo della protezione civile, perché precipitazioni particolarmente intense su suoli impermeabilizzati aumentano il rischio di alluvioni. Queste sono due tematiche sulle quali sarebbe necessario un intervento di programmazione più efficace. Lo strumento migliore sarebbe, ed è, uno strumento che il nostro Paese ha previsto ma che non è implementato ovvero Piano Nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico. Esiste, è partito con grave ritardo, ma è ancora meno implementato perché a fronte della scelta di averlo, poi mancano gli strumenti e le risorse per realizzarlo concretamente.”
Cosa pensa dell’attività del governo e nello specifico del Ministro Salvini per fronteggiare l’emergenza siccità a livello nazionale?
“Dicevamo che finalmente abbiamo una cabina di regia. Mancano gli strumenti per far sì che la cabina di regia riesca a interconnettere tutti quei vari livelli di politica a cui facevamo riferimento: sistema di consorzi di irrigazione e bonifica, gestori del ciclo idrico, programmazione sui grandi fiumi, programmazione sui grandi laghi e restituzione dal mondo agricolo e dal mondo industriale. Il Ministero, come purtroppo accade in molti ambiti, continua a operare prevalentemente con una logica reattiva: si interviene in risposta agli eventi per limitarne gli effetti, anziché prevenirli. Non stiamo ancora adottando, per le ragioni che abbiamo richiamato, un approccio di programmazione realmente efficace. Di fronte a un clima che cambia, è necessario che cambi anche la nostra capacità di pianificare, adottando una strategia fondata sull’anticipazione e sulla prevenzione, piuttosto che sulla sola gestione delle emergenze.”
Agenda 2036: infrastrutture, innovazione e resilienza
Come si organizza nello specifico Acqua Novara VCO per fare fronte a queste emergenze idriche?
“Abbiamo avviato già da tempo un percorso di lavoro con il Politecnico di Milano che ci permette di avere una modellizzazione climatica del nostro territorio. Questo vuol dire che non abbiamo la sfera di cristallo ma abbiamo scenari che ci permettono di capire dove saranno le situazioni più complesse in termini di disponibilità idrica o in termini di fenomeni alluvionali. Oltre a questo abbiamo costruito un piano che si chiama Agenda 2036.”
Di cosa si tratta?
“Si ispira all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Realizza complessivamente 565 milioni di euro di investimenti su circa 500.000 abitanti. Siamo partiti nel 2024 e rispetto alle azioni che abbiamo condotto e guardando agli effetti del 2022 e 2023, oggi abbiamo meno comuni in emergenza rispetto ad allora, anche se i fenomeni siano molto simili. Questo è possibile grazie agli strumenti che abbiamo messo in campo negli ultimi anni: la riduzione delle perdite di rete, l’interconnessione degli acquedotti, i sistemi di gestione delle emergenze e le tecnologie smart applicate alle infrastrutture idriche. Sono interventi che ci stanno consentendo di contenere gli effetti della minore disponibilità di risorsa idrica, riducendo i disagi per i cittadini. Si tratta di un approccio pienamente coerente con la strategia indicata da Utilitalia, l’associazione di categoria di cui facciamo parte e nella quale ricopro anche un incarico a livello nazionale. La direzione è quella di costruire una programmazione pluriennale, capace di rispondere in modo strutturale ai fenomeni legati al cambiamento climatico, individuando e concentrando tutte le risorse disponibili sulle priorità specifiche di ciascun territorio. Siamo consapevoli che, anche destinando tutte le risorse necessarie, non sarà possibile eliminare completamente gli effetti del cambiamento climatico. Possiamo però mitigarne in modo significativo gli impatti, rafforzando la resilienza delle infrastrutture e garantendo un servizio sempre più affidabile alle comunità.”
Le nostre città sono davvero pronte a gestire contemporaneamente siccità e bombe d’acqua?
“Dicevamo che uno degli elementi sui quali siamo indietro è il tema dell’impermeabilizzazione dei suoli. Questo vuole dire politiche urbanistiche efficaci, integrate in una logica di programmazione sulla gestione della risorsa idrica. Su questo le città, alcune in Lombardia, ad esempio, sono più avanti. La Lombardia ha una legge regionale sull’invarianza idraulica ovvero a fronte di nuove realizzazioni bisogna garantire che non ci sia una maggiore impermeabilizzazione dei suoli. Altre regioni sono più arretrate sotto questo punto. I comuni vengono a ruota rispetto a questi strumenti di programmazione regionale. C’è molto da fare.”
Lei è più preoccupato dai cambiamenti climatici o dalla lentezza con cui il Paese continua a reagire?
“Occupandomi di cambiamenti climatici ormai da molti anni e partecipando, dal 2015, ai lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, posso dire di cogliere alcuni segnali positivi. Oggi, infatti, è ormai ampiamente riconosciuto che il cambiamento climatico è una realtà, e chi continua a negarlo rappresenta una minoranza ormai del tutto marginale, soprattutto dal punto di vista scientifico. Vedo quindi una crescente consapevolezza e il fatto che sempre più soggetti si stiano muovendo nella direzione giusta. Ciò che continua a preoccuparmi, però, è la velocità con cui stiamo traducendo questa consapevolezza in azioni concrete. Rispetto al ritmo con cui il clima sta cambiando, le misure che stiamo adottando procedono troppo lentamente. Per questo motivo, nei prossimi anni saremo chiamati a confrontarci con fenomeni sempre più frequenti e intensi, ai quali dovremo continuare a reagire, finché non comprenderemo che anche la nostra capacità di risposta deve cambiare passo e accelerare in modo significativo.”

La sfida dei PFAS: la sperimentazione che guarda all’Europa
Con ANVCO sta portando avanti un lavoro unico in Italia sul tema PFAS nelle acque reflue. Come procede con la tecnologia SAFF40. Cosa può raccontarci sia di tecnico sia a livello di dati dopo i primi 3-4 mesi di sperimentazione?
“Il tema delle sostanze perfluoroalchiliche e dei nuovi inquinanti sono l’altra grande nostra sfida. I PFAS sono presenti in un numero sterminato di cicli produttivi e in moltissimi prodotti di uso quotidiano che tutti utilizziamo. Sebbene siano presenti in concentrazioni molto basse, i loro effetti sulla salute possono essere rilevanti. Per questo anche la sola individuazione di queste sostanze, e successivamente la loro rimozione, rappresenta una sfida di portata epocale sotto il profilo tecnico, scientifico ed economico. Il nostro approccio parte dalla prevenzione. Collaboriamo con le aziende del territorio per evitare che queste sostanze vengano immesse nelle acque di scarico e abbiamo coinvolto circa 150 imprese in un’attività di monitoraggio a 360 gradi. Quando però i PFAS raggiungono le acque reflue, interveniamo con tecniche sperimentali per rimuoverli. Eliminare i PFAS dalle acque potabili è un’operazione relativamente semplice, anche se costosa; farlo nelle acque reflue è invece molto più complesso e richiede tecnologie avanzate. Tra le soluzioni che stiamo sperimentando vi è la tecnologia SAF, che da diversi mesi stiamo implementando su scala industriale, quindi non in laboratorio ma direttamente lungo la linea di trattamento degli impianti di depurazione. La sperimentazione si concluderà a novembre di quest’anno e sta valutando il comportamento della tecnologia nelle diverse condizioni operative possibili. I test di laboratorio avevano evidenziato una capacità di rimozione superiore al 95% delle sostanze perfluoroalchiliche. Sui risultati ottenuti in scala industriale preferiamo mantenere prudenza fino al termine della sperimentazione, ma i dati raccolti finora sono incoraggianti. Al termine del progetto sarà possibile valutare con precisione quali sostanze vengono rimosse con maggiore efficacia, quali presentano maggiori criticità e in quali condizioni operative si ottengono le migliori prestazioni.“
Quale valore può avere questa sperimentazione per il futuro?
“Si tratta della prima sperimentazione in Europa condotta a questo livello. L’impianto tratta oltre 12 metri cubi di acque reflue all’ora: una scala significativa, tipica di un impianto di medie dimensioni, che consente di verificare l’efficacia della tecnologia in condizioni reali. I risultati ottenuti confermano che, pur in presenza di una sfida complessa, esistono soluzioni concrete. Questa tecnologia, tuttavia, non può essere considerata sufficiente da sola. Deve essere accompagnata dal lavoro di prevenzione svolto a monte, riducendo la presenza di PFAS negli scarichi industriali e, progressivamente, anche in quelli civili e domestici. Solo un’azione integrata lungo l’intera filiera può produrre risultati duraturi. L’approccio che stiamo sviluppando è oggi considerato una best practice a livello europeo. Per questo il nostro lavoro è seguito con attenzione da Regione, Ministeri, Parlamento italiano, Parlamento europeo e Commissione europea, interessati a valutarne i risultati. Ora l’obiettivo è proseguire lungo questa strada e, tra novembre e dicembre, iniziare a trarre le conclusioni della sperimentazione.”















