Facility Management e Intelligenza Artificiale: innovare è possibile anche in Italia?

Mentre a livello globale l’adozione di strumenti digitali e di intelligenza artificiale ridisegna il modo di progettare, gestire e valorizzare gli spazi, il mercato italiano appare ancora troppo spesso frammentato, legato a logiche tradizionali,  con un approccio più operativo che strategico.

E’ un mercato che merita attenzione.

Secondo l’Osservatorio Facility Management del Politecnico di Milano, il mercato italiano del FM vale circa 37 miliardi di euro (2023), con un tasso di crescita stabile intorno al 2–3% annuo, nonostante le difficoltà macroeconomiche.

Tuttavia, solo il 20% delle aziende dichiara di utilizzare strumenti di monitoraggio avanzati (IoT, BMS, analytics), e meno del 10% ha avviato progetti legati all’Intelligenza Artificiale.

La frammentazione dell’offerta non aiuta: il settore è composto per oltre il 70% da micro e piccole imprese, spesso focalizzate su singoli servizi (pulizie, manutenzione, vigilanza), con una scarsa capacità di investimento in tecnologie integrate.

Così come una accanita attenzione da parte dei committenti sia pubblci sia privati al ribasso sui prezzi: la logica del massimo sconto continua a penalizzare la qualità, l’innovazione e la sostenibilità, riducendo gli incentivi ad adottare soluzioni AI-based e/o ad alto valore aggiunto.

È tempo di uscire dalla logica di “gestione” per entrare in quella della “progettazione esperienziale” e dell’”ottimizzazione predittiva”.

La scarsa cultura digitale è purtroppo un ostacolo per molte aziende che crea qualche barriera e rigidità verso i nuovi strumenti che l’avanzamento tecnologico mette a disposizione.

Il 70% delle aziende italiane di FM dichiara di voler investire in tecnologie intelligenti, ma solo il 27% ha una strategia AI strutturata (fonte: IFMA Italia, 2024).

Va sottolineata, inoltre,  ma è una componente di carattere generale che tocca tanti altri settori, la mancanza di competenze trasversali tra tecnologia, operation e gestione.

Il personale è formato per la routine, non per la trasformazione.

Qualche virtuoso caso isolato esiste e si ritrova nel mondo energetico (Hard Facility e efficienza energetica) dove si sono potuti registrare best case con un risparmio sui costi operativi del 22% in soli  18 mesi.

Come l’uso del Digital Twin e AI per la gestione predittiva di immobili strumentali e spazi rigenerati, puntando a valorizzare i dati energetici e infrastrutturali.

O modelli di smart building management, integrando AI, sensoristica e IoT per ottimizzare consumi e comfort.

Un report di McKinsey (pubblicato nel lontano 2017) evidenziava, giusto per citare un esempio, come l’adozione di sistemi predittivi di manutenzione possa ridurre i costi operativi fino al 25%, aumentando nel contempo l’efficienza degli asset di oltre il 35%.

Innovare – ed essere così  più efficienti e efficaci – è possibile anche nel contesto italiano, a patto di abbandonare logiche frammentate e statiche.

Serve un cambio culturale e un approccio strategico: la tecnologia da sola non basta.

È necessario che committenti pubblici e privati riconoscano il valore strategico del Facility Management e lo integrino nei piani ESG, nella gestione degli asset e nel welfare aziendale.

Un approccio integrato e data-driven: superare la gestione per silos e adottare piattaforme unificate, che permettano di aggregare dati, automatizzare attività, misurare risultati.

Per le aziende si tratta di puntare a formazione e upskilling: creare nuove competenze ibride, tra facility, ICT e sostenibilità, attraverso percorsi concreti in collaborazione con università, ITS e enti certificatori.

Servono politiche pubbliche più lungimiranti: l’introduzione nei bandi pubblici di logiche premiali per l’uso di tecnologie smart, modelli BIM, data driven report, sostenibilità energetica, AI e investimenti in start-up connesse al settore, sono alcuni dei possibili e, a mio avviso necessari, aggiustamenti.

L’insieme delle tecnologie digitali nel Facility Management non è solo un “high-tech sound”, ma un “abilitatore” di nuovi modi di progettare, vivere e manutenere gli spazi dove lavoriamo, studiamo e veniamo curati.

In Italia, esistono tutte le condizioni per fare un salto di qualità, ma occorre superare la logica della gestione passiva per passare a un approccio attivo, predittivo, integrato che non guardi solo al massimo sconto/ribasso ma ai benefici sia economici sia gestionali di più lungo periodo.

Il futuro del Facility Management è già scritto in molte realtà europee e globali.

Sta a noi decidere se seguirlo, adattarlo o – perché no – guidarlo.